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Pubblicato il policy brief INAPP "Gli effetti indesiderabili dello smart working sulla disuguaglianza dei redditi in Italia"

Durante il blocco delle attività ci si è soffermati principalmente sull’aspetto innovativo del lavoro agile ma lo smart work praticato durante il lockdown ha spesso accentuato le disuguaglianze tra lavoratori. Servono quindi politiche di sostegno per ricucire questo gap soprattutto se questa pratica dovesse perdurare ridisegnando il mondo del lavoro post coronavirus.

Dossier Ambiente n. 123
Quali sono i potenziali effetti dello smart working sulla distribuzione del reddito? Da uno studio curato dall’INAPP, Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche, emerge che attualmente in Italia, per come è praticato, il lavoro agile tende ad avvantaggiare i lavoratori con un reddito alto, in prevalenza uomini, accentuando così le disuguaglianze sociali.

Coloro che svolgono lavori caratterizzati da un’alta attitudine al lavoro da remoto hanno infatti un salario annuo più alto in media del 10% rispetto ai lavoratori con una bassa propensione allo smart working, che raggiunge il 17% tra i lavoratori con i redditi più alti. Insomma, in una ipotetica foresta di Sherwood lo smart working è come un Robin Hood al contrario, favorirebbe i ricchi e danneggerebbe i più deboli, almeno dal punto di vista del reddito. Sono questi alcuni dei risultati messi in evidenza dal Policy brief "Gli effetti indesiderabili dello smart-working sulla disuguaglianza dei redditi in Italia". Uno studio che utilizza una banca dati unica, creata dall’unione di due indagini, entrambe condotte dall’INAPP: l’indagine PLUS (Participation, Labour, Unemployment, Survey) con un bacino di 45.000 individui in età lavorativa (18-74 anni) e l’Indagine Campionaria sulle Professioni (ICP) che raggruppa le 800 occupazioni italiane.

“Al di là del fatto che quello praticato fino ad ora in Italia non è stato un vero smart work bensì una mera delocalizzazione delle medesime mansioni che si svolgevano in ufficio – ha spiegato il prof. Sebastiano Fadda, presidente dell’INAPP – questo studio mette in evidenza gli “effetti collaterali’ del lavoro agile, che ha consentito a chi già aveva un reddito più alto di continuare a lavorare , mentre ha prevalentemente sospeso i lavori caratterizzati da bassa propensione allo smart work accentuando ancora di più le disuguaglianze tra generi e lavoratori. È un tema che va posto all’attenzione dei policy maker soprattutto se lo smart working, che ha interessato nel periodo culmine dell’epidemia una platea di 4,5 milioni di persone, continuerà ad essere una pratica molto diffusa, proprio per evitare di esacerbare le disuguaglianze già presenti nel nostro mercato del lavoro. Per questo servono politiche di sostegno al reddito per le fasce più deboli ma, soprattutto, politiche di diffusione delle nuove tecnologie e politiche di formazione professionale per i lavoratori più vulnerabili affinché il lavoro da remoto sia un’opportunità per tutti e non una scelta per pochi”.

Fonte: INAPP