Il caporalato rappresenta una delle principali forme di sfruttamento presenti nelle filiere agroalimentari italiane. Il settore agricolo, che genera valore per 73,5 miliardi di euro, presenta un tasso di irregolarità pari al 30% della forza lavoro dipendente ed evidenzia come il lavoro sommerso e le violazioni contrattuali continuino a interessare una parte significativa della manodopera impiegata nelle campagne.
Il caporalato non può essere più considerato un problema emergenziale. Si tratta di un fenomeno strutturale del comparto agroalimentare in tutto il territorio nazionale. È un sistema criminale che fornisce in maniera distorta un servizio alle esigenze del contesto agricolo. Il caporalato nasce quindi dalla carenza di organizzazione su tre aspetti fondamentali per il lavoro nei campi: la disponibilità di alloggi, per cui i 200 milioni del PNRR per eliminare i ghetti sono stati spesi solo in minima parte; il trasporto collettivo, essenziale per rispondere alle dinamiche del lavoro agricolo; il collocamento legale di manodopera.
Il risultato è che i lavoratori più fragili muoiono sull’altare del prezzo basso alla vendita, ma quando il prezzo è così basso, vuol dire che i consumatori non stanno pagando il prodotto, ma le spese di trasporto e gestione della GDO. Paradossalmente l’aumento del costo alla vendita dei prodotti alimentari non ha fatto altro che aumentare il divario tra i cittadini che pagano un prezzo alto e i lavoratori che ricevono una remunerazione sempre più bassa. Tutti i cittadini hanno diritto ad accedere a un cibo di qualità, se gli stipendi in Italia non consentono a tutte e tutti di nutrirsi adeguatamente allora il problema sono le pensioni e gli stipendi troppo bassi.
“Per sradicare il caporalato dal sistema di produzione del cibo serve un’alleanza tra tutte le forze in campo – dalle istituzioni ai consumatori, passando per produttori e distributori, cuochi e artigiani – affinché sia più semplice prevenirlo piuttosto che agire alla fine del processo per reprimerlo. Sono troppe le esternalità negative dietro al cibo, non solo ambientali, ma anche sociali, che costringono a pagare il prezzo più alto ai più deboli, lavoratori a basso reddito e contadini: non è accettabile che lo sfruttamento sia considerato legittimo se garantisce un benessere” è quanto affermato da Sabrina Alfonsi, Assessora all’Agricoltura del Comune di Roma, Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia e Maria Grazia Mammuccini, presidente di FederBio.
Una battaglia impari con le forze attualmente in campo anche se la legge c’è, ed è la 199 del 2016, ma non viene applicata nelle sue linee fondamentali. L’impegno che possono prendere le istituzioni è quello di aumentare i controlli per far sì che più aziende agricole rispettino le regole. È necessario dare pieno corso alla legge, applicando l’indice di coerenza, che permette di controllare la congruità tra quanto è grande l’azienda agricola, quanto produce e quante ore lavoro sono necessarie.
Il problema è che a non funzionare è il decreto flussi. La Bossi-Fini produce irregolarità e determina condizioni di ricatto dei lavoratori. Oggi l’agricoltura italiana senza manodopera straniera non va avanti. Bisogna dare dignità umana a queste persone cambiando la legge e partire dalla regolarizzazione di chi già vive e lavora in Italia. Ma promuovere filiere più eque significa riconoscere anche il giusto valore del cibo, garantendo una remunerazione adeguata a chi produce nel rispetto dei diritti e dell’ambiente e offrendo ai consumatori strumenti di scelta più consapevoli e coinvolgendoli nella costruzione di sistemi alimentari più sostenibili e giusti.
Il caporalato continua a rappresentare una delle principali forme di sfruttamento presenti nelle filiere agroalimentari italiane. Secondo il VII Rapporto Agromafie e Caporalato dell’Osservatorio Placido Rizzotto-Flai CGIL, il comparto agricolo registra 200mila lavoratori irregolari, pari al 30% della forza lavoro dipendente. L’agricoltura italiana, un settore che genera valore per 73,5 miliardi di euro, presenta un tasso di irregolarità che evidenzia come il lavoro sommerso e le violazioni contrattuali continuino a interessare una parte significativa della manodopera impiegata nelle campagne. Lo stesso rapporto segnala un aumento del 9,1% dei reati e degli illeciti amministrativi nel comparto agroalimentare. Tra le categorie più esposte figurano le donne. Il rapporto stima in oltre 50.000 le lavoratrici coinvolte in situazioni di vulnerabilità e sfruttamento, spesso caratterizzate da salari inferiori a quelli previsti dai contratti, precarietà occupazionale e limitato accesso alle tutele sociali.
Accanto a queste forme più note, le ricerche più recenti mostrano come lo sfruttamento agricolo stia cambiando volto. Il rapporto “Gli ingredienti del caporalato”, realizzato dall’associazione Terra!, documenta casi di sfruttamento nelle filiere agricole di Piemonte, Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia, evidenziando come il fenomeno interessi oggi anche alcuni dei territori economicamente più dinamici del Paese. In questi contesti il caporalato tende a manifestarsi attraverso strutture formalmente regolari – cooperative, società di servizi, subappalti e altre forme di intermediazione – che rendono lo sfruttamento meno visibile ma non meno diffuso.
La pressione sui prezzi lungo la filiera, gli squilibri nei rapporti di forza tra produzione e distribuzione, la frammentazione del sistema agricolo e la vulnerabilità della manodopera migrante rappresentano alcuni dei fattori che favoriscono il ricorso a forme di lavoro irregolare. Per questo il caporalato non riguarda soltanto la tutela dei lavoratori, ma anche il funzionamento complessivo del sistema alimentare.
Fonte: Slow Food Italia


