Inquinamento e degradazione dei suoli, spopolamento delle aree rurali, sfruttamento del lavoro e compressione dei redditi agricoli sono manifestazioni di un’unica crisi del sistema agroalimentare. Il rapporto “Agricoltura, lavoro e clima. Verso una giusta transizione del sistema agroalimentare” di Alleanza Clima Lavoro analizza le cause e indica alcune possibili soluzioni.
La siccità e la degradazione dei terreni, il caporalato e la compressione dei salari, l’inquinamento e l’eccessivo utilizzo di fitofarmaci nei campi, la sofferenza delle piccole aziende agricole, lo spopolamento delle aree rurali non sono problemi distinti del nostro sistema agroalimentare, ma manifestazioni di una crisi sistemica causata da scelte – e omissioni – industriali e politiche che travolgono l’intero settore.
È questa la chiave di lettura proposta nel nuovo rapporto di Alleanza Clima Lavoro, dal titolo “Agricoltura, lavoro e clima. Verso una giusta transizione del sistema agroalimentare”.
Alleanza Clima Lavoro – tavolo permanente di confronto tra organizzazioni della società civile e sindacali per promuovere la giusta transizione e la mobilità sostenibile in Italia – sostiene che la “questione agricola” non possa essere affrontata come materia settoriale ma che riguardi in maniera intrecciata il lavoro, il clima, la salute, l’organizzazione dei territori, la qualità del cibo e più in generale il modello di sviluppo che si intende perseguire. In questa prospettiva, lo sfruttamento del lavoro nei campi, il degrado ambientale, la riduzione del reddito agricolo e la crescente concentrazione del valore lungo le filiere non sono anomalie marginali, ma il risultato di un modello di sviluppo che produce insieme disuguaglianze sociali e squilibri ecologici.
Negli ultimi decenni, con la globalizzazione e la liberalizzazione dei mercati, la produzione agricola è stata progressivamente inserita in catene del valore sempre più lunghe, concentrate e dipendenti da attori esterni alla produzione primaria. La grande distribuzione organizzata, l’industria di trasformazione e le multinazionali dell’agroindustria hanno acquisito un crescente potere economico e contrattuale, mentre la quota di valore nelle mani degli agricoltori si è progressivamente ridotta.
I dati raccolti nel rapporto restituiscono con chiarezza questa dinamica. Nell’Unione europea si contano circa 9,1 milioni di aziende agricole, che gestiscono una superficie agricola utilizzata di circa 157 milioni di ettari, ma meno del 10% delle aziende controlla oltre la metà della superficie. In Italia le aziende agricole sono circa 1,13 milioni, dopo una riduzione superiore al 30% negli ultimi vent’anni, mentre la superficie agricola utilizzata si attesta intorno ai 12,5 milioni di ettari. Il valore della produzione agricola italiana supera i 70 miliardi di euro, ma agli agricoltori resta mediamente meno del 27% del valore finale del cibo, a fronte di una filiera agroalimentare complessiva che supera i 600 miliardi di euro.
Il risultato è un sistema nel quale una parte consistente delle aziende, in particolare quelle medio-piccole, opera in condizioni di redditività insufficiente. Molte produzioni non riescono a coprire i costi di produzione e la sopravvivenza economica si trova sempre più a dipendere dai sostegni pubblici, in particolare dalla Politica Agricola Comune. Eppure, anche gli aiuti finiscono spesso per riflettere e acuire le disuguaglianze: circa il 20% delle aziende riceve oltre l’80% dei pagamenti diretti della PAC. In questo modo, le imprese più grandi e capitalizzate consolidano la propria posizione, mentre le altre si trovano a operare con margini sempre più ridotti.
L’iniqua distribuzione del valore lungo la filiera contribuisce inoltre a determinare il modo in cui si produce, si organizza il lavoro e si utilizzano le risorse naturali. Quando agli agricoltori va una quota sempre minore del valore generato, la pressione competitiva si scarica sui costi e sulle condizioni della produzione agricola: sul lavoro, sull’ambiente, sull’uso dell’acqua, dell’energia e degli input chimici. È in questo contesto che si diffondono il lavoro sottopagato e senza diritti nei campi, il ricorso all’intermediazione illecita della manodopera, così come l’intensificazione dell’uso di fertilizzanti, pesticidi e risorse idriche.
Fonte: Sbilanciamoci!


